Salviamo la foresta

Negli ultimi mesi sono apparsi sempre più articoli sull’açai, la sua raccolta e l’industria internazionale che si sviluppa intorno a questo prodotto. Alcuni di questi apparsi in IOdonna o sul portale di Libero li abbiamo anche linkati sul nostro sito Facebook. Mentre qualcuno dei giornalisti si è anche preso un po’ di tempo per fare ricerche, la maggior parte degli articoli assomigliano più a degli editoriali pieni di opinioni che a degli articoli giornalistici di reportage o di informazione. La ricerca è condotta in modo molto superficiale o non è proprio condotta e gli articoli si basano su luoghi comuni – spesso sbagliati.

Così è per esempio falso che la raccolta dell’açai danneggia la foresta Amazzonica o incentiva addirittura la deforestazione di quest’ultima. Veramente è vero l’esatto opposto.

Immaginate una zona del mondo dove non c’è molta industria e non ci sono molti “posti di lavoro” nel senso della nostra cultura industriale o post industriale. Allo stesso tempo, l’omnipresente TV che arriva dall’evoluto sud del paese ed il commercio internazionale vendono beni e stili di vita che le persone desiderano comprare. La consequenza è una popolazione che vorrebbe avere soldi per potere consumare, comprare vestiti, beni di lusso ed infine anche una nuova TV. Queste persone cercano fonti di guadagno e molti business ed aziende Brasiliane o internazionali propongono progetti che quasi sempre comportano la rimozione totale o parziale della fauna naturale (la foresta) perché vendono legname o hanno bisogno di spazio.

Alla fine, ogni persona deve avere il diritto di guadagnarsi la vita e di crearsi un reddito. Per questo solitamente alla fine dei conti è la foresta a dare spazio e dal punto di vista della popolazione locale è anche giusto così. Non pensano alle conseguenze.

Con il commercio di açai internazionale viene dato un incentivo al mantenimento della foresta Amazzonica. La palma che da il frutto dell’açai (euterpe oleracea) non cresce bene quando coltivata in monocoltura o comunque rimossa dal suo habitat naturale. La pianta da frutti molto migliori se rimane posizionata selvaggia in mezzo alla foresta piena di affluenti dell’Amazonas che inondano le sue radici con regolarità. Dr. Pascal Stute, uno dei soci fondatori del marchio “açai”, ha scritto il suo dottorato proprio su questo tema. Il commercio internazionale dell’açai da prosperità alla regione attraverso un “non destructive, regenerative, rainforest product”. Un prodotto non distruttivo, rigenerativo, dalla foresta pluviale. Buon açai na tigela a tutti!


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